venerdì 31 dicembre 2010

Enrico Pallocca Meditazione cristiana Santa Maria della Vittoria Roma



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Meditazione cristiana
 S. Maria della Vittoria
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giovedì 30 dicembre 2010

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mercoledì 29 dicembre 2010

Trovare Dio nel deserto dell’anima


Trovare Dio nel deserto dell’anima

di Giorgio Montefoschi
in “Corriere della Sera” del 29 dicembre 2010
Secondo la scarna descrizione che di lui fecero fra’ Eliseo de los Martires e fra’ Girolamo di San
José, Juan de la Cruz, Giovanni della Croce — uno dei più grandi mistici dell’Occidente — era di
statura medio piccola e ben proporzionato nel corpo; il volto, moro, aveva una fronte ampia e
spaziosa, naso appena aquilino, barba a mezzo pelo, occhi neri profondi e incoraggianti; il
portamento era distinto e grave e, nella sua modestia e mitezza di tratto, irradiava una impronta di
nobiltà spirituale, di serenità, e di calma. Ma, dietro a quella mitezza e a quella serena calma, si
celava una volontà di ferro: la volontà che nel corso della sua non lunga vita (era nato, da una
famiglia povera, nel villaggio di Fontiveros, vicino ad Avila, nel 1542, morì nel convento di Ubeda,
in Andalusia, mentre i confratelli gli leggevano brani del Cantico dei Cantici, il 13 dicembre del
1591), gli consentì di lottare con tutte le sue forze per la riforma dell’ordine del Carmelo a cui
apparteneva (in questo vicinissimo a Santa Teresa d’Avila, che aveva incontrato nel 1567 e
procedeva in questa stessa linea, fondando conventi «teresiani» dal Nord al Sud della Spagna); gli
dette il coraggio e la pazienza di sopportare le contestazioni e le umiliazioni dei carmelitani che
rimanevano calzati e vedevano come perturbatori della conservazione gli scalzi, e per circa un anno
un duro carcere; la convinzione interiore di non doversi arrendere in alcun modo e per nessun
motivo all’idea che la vera riforma della Chiesa non andava impiantata sulla ortodossia del pensiero
e della dottrina, bensì cercata e risolta nel cuore dell’uomo addormentato in una fede affievolita, o
spenta. Le sue poesie, fortemente improntate dal Cantico dei Cantici, il libro amoroso e mistico per
eccellenza, descrivono l’Amore: il dolore insopportabile che si prova per la lontananza o l’assenza
di chi è amato e si nasconde; lo sgomento della solitudine; i misteriosi tocchi d’amore che, per sua
volontà imperscrutabile, l’amato concede improvvisamente a chi ama e invece si sente abbandonato
e ferito, come prigioniero nel ventre di una bestia, e poi improvvisamente vede un lampo che, però,
di nuovo lo acceca e lo ferisce, dal momento che è un lampo, e scompare; infine, le dolcezze
sublimi dell’unione, ineffabili, paragonabili con molta approssimazione a un naufragio di una luce
piccola in una luce immensa, di un suono in una musica silente. Sono poesie meravigliose. A chi lo
interrogava su quale fosse l’origine di questi versi così ricchi e belli, rispose: «A volte era Dio a
darmeli, a volte ero io a cercarmeli». Li cercava — come fa ogni poeta, ogni scrittore, ogni artista
— nel buio più assoluto: vera condizione, imprescindibile, per la creazione. È lo stesso buio, la
tenebra, che è al centro dei suoi Commentari — la Salita al Monte Carmelo, la Notte Oscura, il
Cantico Spirituale, la Fiamma d’amore: vale a dire, i lunghi commenti che seguono le Canzoni, nei
quali, appunto, si specchiano il verso e la prosa, i percorsi niente affatto dissimili del poeta e
dell’uomo che insegue Dio e da Dio è inseguito — perché tutto, tutto comincia da lì. Comincia dal
buio che l’anima sente nella mancanza d’amore, e lì finisce: nella tenebra che Dio impone all’anima
per poterla accogliere nuda, smarrita nel buio, dentro di Sé. Nessuno, mai, è riuscito a raccontare
questo cammino dalla tenebra alla tenebra, e dalla tenebra alla luce, come ha fatto Juan de la Cruz.
Nessuno, mai, ha tracciato una salita tanto ardua, priva di ogni consolazione, comprese quelle
ultraterrene. Nessuno, mai, ha concepito per l’anima un abisso così profondo. La Sposa è già in una
notte oscura, eppure è infiammata d’amore: un amore che non riesce a definire e la sovrasta, e che
forse, in una sua precedente visita, le ha regalato lo Sposo. Quindi, esce dalla sua casa
addormentata, esce dalla prigione dei sensi, e va a cercarlo. Ma, per trovarlo, deve andare dove lui
si è nascosto e dove, dunque, deve lei stessa nascondersi; deve ridursi a una tenebra ancora più
oscura: e spogliarsi, annullare ogni conoscenza terrena, ogni conoscenza dell’intelletto, ogni
tentazione della memoria, ogni folle presunzione della fantasia; deve annichilirsi nel corpo e nello
spirito come, nel Getsemani e sulla Croce, fece Gesù. «Per giungere a ciò che non sai» , scrive Juan
de la Cruz nella Salita al Monte Carmelo, «devi passare per dove non sai; per giungere al possesso
di ciò che non hai, devi passare per dove non hai niente; per giungere a dove non sei, devi passareper dove ora non sei; per giungere interamente al tutto, devi rinnegarti totalmente in tutto» .
L’anima, insomma, deve conoscere Dio attraverso ciò che Egli non è, piuttosto che attraverso ciò
che è; deve farsi arida e vuota come il deserto (deve andare nel deserto in cui andò Gesù); deve
sentirsi tradita, abbandonata, morta, sola. Ma ecco che in quel momento, quando penserà di essere
infinitamente lontana da Dio, sentirà un «tocco amoroso» che la sconvolge, una voce forte e dolce
che la chiama, e capirà che mai più di quel momento è stata vicina a Dio: che non è fuggito, è in lei
tutto nascosto, e la sta chiamando. Come è possibile questo amore? Come è possibile amare chi non
si conosce? Come è possibile, nel buio, questo amore del buio? Come è possibile che io vada a
cercarti — dice la Sposa allo Sposo — se «quello che capisco mi piaga e mi ferisce d’amore e
quello che non riesco a comprendere mi uccide?». È possibile — le risponde lo Sposo — perché io
non ti ho abbandonata mai, io ti amata da sempre, prima che tu lo sapessi, e ti amerò per sempre. La
Sposa trema, incredula, a queste rivelazioni che di colpo squarciano la tenebra fitta, e balbetta
d’amore, non sa che dire. Allora, l’Amato le infonde nel cuore una immensa, pacifica e amorosa
certezza: il calore che non si consuma mai della fiamma. E l’anima brucia e non si consuma in
quella fiamma. È rapita e si perde in quella pacificante luce. E — come accade nel Fedro, e alla fine
del Verbo degli uccelli, il poema mistico medievale del persiano Attar, come accade in ogni amore
vero — la bellezza dell’Amata e dell’Amato si specchiano e si confondono.
San Juan de la Cruz o Giovanni della Croce nacque in Spagna nel 1542 e morì nel 1591. Fondatore
dei Carmelitani Scalzi, fu beatificato nel 1675 e canonizzato nel 1726. Il volume contenente Tutte le
opere di Juan de la Cruz, con testo spagnolo a fronte, è curato da Luigi Bracco (Bompiani, pagine
CXCVIII-2330, € 45) e fa parte della collana «Il pensiero occidentale» , diretta da Giovanni Reale.

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martedì 28 dicembre 2010

Enrico Pallocca Meditazione WikiLeaks,




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mercoledì 22 dicembre 2010

Pallocca Enrico WikiLeaks


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lunedì 20 dicembre 2010

giovedì 16 dicembre 2010

UGL Giancarlo Bergamo Enrico Pallocca Meditazione WikiLeaks


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CHE COSA È LA MEDITAZIONE “CRISTIANA”?


INVITO ALLA MEDITAZIONE.

L’esercizio della “meditazione”, secondo l’unanime affermazione della tradizione spirituale cristiana, è un fattore di primaria importanza per la crescita e la fecondità della vita di ogni fedele, e più ancora per ogni forma di consacrazione a Dio.
Una prova evidente sta nel fatto che non v’è vita religiosa, sia pure la più dedita all’attività apostolica, che non abbia tra le sue norme il dovere di attendere in tempi specifici alla meditazione.
Questo dovere è molto più accentuato nella vita religiosa intensamente dedita alla preghiera e alla contemplazione.

Nella vita del Carmelo Teresiano ben due ore al giorno sono consacrate all’orazione mentale come impegno prioritario della propria spiritualità e del carisma vocazionale ereditato dai due insigni maestri spirituali, S. Teresa di Gesù e S. Giovanni della Croce.
L’ansia della preghiera meditativa e contemplativa deve caratterizzare tutte le famiglie ricollegate al Carmelo, e gli stessi laici che nel mondo partecipano alla spiritualità del Carmelo. Conseguenza di un tale carisma è l’impegno di comunicare nella misura più larga possibile questo bene prezioso nella nostra azione apostolica, come una forma prioritaria dell’apostolato carmelitano teresiano.
E’ il motivo che mi ha mosso a proporre alcune riflessioni sulla meditazione ai lettori della nostra Rivista e agli amici del Carmelo.
Tali riflessioni vogliono costituire un fraterno, caldo “invito” alla meditazione come ad una componente importante della nostra vita di preghiera

1.-CHE COSA È
LA MEDITAZIONE “CRISTIANA”?
Tutti abbiamo una certa esperienza della “meditazione”. Quante volte ci siamo ritrovati ad una lunga ed intensa ammirazione degli splendidi spettacoli della natura o degli insigni capolavori dell’arte?

Io posso constatare spesso, in questa casa Carmelitana in cui scrivo queste riflessioni (la Chiesa di Santa Maria della Vittoria), la profonda attenzione e la prolungata ammirazione di visitatori di ogni parte del mondo dinanzi alla Santa Teresa di Gian Lorenzo Bernini: il famoso capolavoro nel quale il grande artista ha scolpito mirabilmente la “transverberazione” della Santa, traducendo nel marmo la descrizione che Teresa ci ha lasciato di questa singolare grazia mistica nel capitolo 29 della sua Autobiografia.

Ognuno suo modo “medita” su fatti, persone, comportamenti che lo riguardano. Tanto per fare un esempio: quante dolorose interminabili meditazioni fanno oggi le mamme sulle inesplicabili deviazioni affettive o morali dei figli, vittime della droga, della malattia, della violenza e perfino della criminalità. “Meditare” è riflettere attentamente, a lungo, a fondo, per capire, per scoprire, per possedere la verità, il bene che ci attira, la persona che si ama.
E che cos’è la meditazione “cristiana”, la meditazione – come ho detto – che è un fattore importante della grande realtà della preghiera cristiana?

Il mondo della fede ci offre un campo inesauribile per la meditazione.
Ci offre il profondo mondo dei suoi misteri, delle sue verità, dei suoi insegnamenti.
Ci offre un’infinità di avvenimenti che costituiscono la storia della salvezza.
Ci offre progetti e ideali di vita sublimi, di suprema bellezza.
Su tutte queste cose siamo invitati a meditare.
Riflettere a lungo, approfondire la conoscenza della verità, scoprire la ricchezza dei valori, capire a fondo noi stessi, i nostri comportamenti, i nostri sentimenti, aspirazioni, le mete che vogliamo raggiungere.

Ma è molto importante precisare un aspetto nella meditazione “cristiana”. Mentre nella meditazione di un filosofo, di uno scienziato, di un ricercatore prevale soprattutto lo scopo di conoscere o di scoprire la verità o la struttura delle cose, delle leggi della natura, degli eventi della storia ecc., nella meditazione cristiana prevale lo di amare.

Poiché la meditazione cristiana si porta soprattutto su Dio, le sue perfezioni, le sue opere, i suoi rapporti con noi. Ebbene, Dio è soprattutto amore. Amore infinito in se stesso, amore in tutto ciò che opera, amore in rapporto all’uomo: perché per amore gli svela se stesso, come amico parla all’uomo, vuole essere riamato dall’uomo: vuole vivere con lui in profonda ed intima amicizia.

Perciò per il cristiano meditare su Dio, le sue perfezioni, le sue opere, i suoi disegni e progetti, vuol dire in sostanza scoprire il mistero dell’amore, imparare ad amare, progredire fino ai vertici dell’amore.
Qui sta l’essenza della meditazione cristiana.

E qui sta anche la grandezza e la nobiltà della meditazione cristiana: aiutarci a scoprire il mistero dell’amore di Dio, aiutarci a viverlo in pienezza.

2. LA MEDITAZIONE,
VIA ALLA COMUNIONE CON DIO

La parola “meditazione” significa riflessione, conoscenza approfondita, ricerca.
Nella meditazione “cristiana” tutto questo lavoro, complesso e impegnativo, è “dominato” dall’amore: essa nasce dall’amore, si concentra sull’amore, alimenta e fa crescere l’amore.
Vorrei esporre, in maniera concreta, dettagliata e semplice, in che modo la meditazione venga ad acquistare una tale efficacia e ci faccia, così, realizzare un profondo rapporto di amore, di amicizia e di comunione con Dio.
Bisogna tener presente l’insegnamento dell’Evangelista Giovanni nella sua prima Lettera: “Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (I Gv. 4, 16).
L’amore è la forza che unisce. Dall’amore sorge la tendenza all’unione, nasce la ricchezza dell’oggetto e della persona, fioriscono l’incontro e l’unione, scaturiscono la gioia e la felicità di possedere: specialmente quando l’oggetto o la persona amata si possiedono con sicurezza e stabilmente.
Questo avviene nelle relazioni umane a vario livello: quando insieme si intraprende un’impresa; quando si tesse un rapporto di amicizia; quando ci si consacra ad un comune ideale; soprattutto in quel rapporto profondo di donazione delle persone che costituisce l’amore nuziale nella famiglia.

Questa legge vale anche nel campo spirituale, e particolarmente nelle relazioni tra Dio e l’anima, tra Cristo e la Chiesa.
Questo è il motivo per cui Gesù, nelle affettuose conversazioni con gli Apostoli nell’ultima cena, insiste affinché “rimangano” in Lui, “rimangano” nel suo cuore; rimangano uniti vitalmente, come i tralci nella vite; offrendo loro a modello il suo “rimanere’ nell’amore del Padre. Li stimola a tale “rimanere” additando in esso la sorgente della fecondità e della gioia.
Tutto questo leggiamo nel capitolo 15 del Vangelo di Giovanni.
Gesù, inoltre, apre agli occhi dei discepoli i meravigliosi orizzonti di questa mutua immanenza per amore, immergendoli nel mistero della sua stessa unione con il Padre: «affinché siano perfetti nell’unità» (Gv. 17,23); immergendoli nel mistero della sua gloria, della sua vita nel Padre, della sua gioia: «perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato» (Gv. 17,24).
Torniamo ora alla meditazione.
Essa fa parte di quell’orazione mentale che S. Teresa di Gesù definisce un intimo rapporto di amicizia, un frequente intrattenimento da solo a solo con Colui da cui sappiamo di essere amati” (Vita, 8,6).

Come si vede, l’insigne maestra di vita spirituale, Dottore della Chiesa, ci presenta l’orazione tutta centrata sull’amore, la carità, l’amicizia tra Dio e l’anima.
Sappiamo dai mistici, quale S. Giovanni della Croce, che l’orazione, nella misura in cui va sviluppandosi in essa la fiamma dell’amore sempre più fortemente e intimamente unisce l’anima con Dio, sino a che, negli ultimi gradi della contemplazione e dell’esperienza divina, l’anima viene talmente unita e trasformata, che, secondo l’ardita affermazione di Giovanni, “sembra più Dio che anima” (Sa, 2,5,7).
Orbene, la meditazione è l’inizio di questa strada. Se viene fatta bene, fedelmente, con perseveranza e impegno generoso, ci farà fare un lungo cammino, e potrà anche condurci verso le altezze della contemplazione.
Per far questo essa -lo ripeto ancora una volta- deve impregnarsi d’amore: nascere dall’amore, svilupparsi come rapporto di amore e di amicizia con Dio. Per riprendere le parole di S. Teresa, intrattenendosi frequentemente, da solo a solo, con Colui da cui l’anima sa di essere amata.
Vi è un luogo, un ambiente, un clima dove esistano condizioni particolarmente favorevoli al nascere e allo sviluppo di un tale rapporto di intimità e di amicizia tra l’anima e Dio?
Io l’additerei soprattutto nel contatto amoroso con la parola di Dio.
Leggere, interrogare, ricercare, lasciarsi interpellare, lasciarsi avvolgere, penetrare, modellare, trasformare dalla parola di Dio.
Grande realtà è la parola di Dio. Ma soprattutto è inesauribile ricchezza di amore. Chi l’accoglie, l’ama e le si abbandona pienamente, viene trasformato in spirito di vita, perché la parola di Dio è spirito e vita.
La parola di Dio nasce dall’amore, perché per benevolenza, amore e amicizia Dio ci parla.
La parola di Dio contiene amore, perché essa rivela e ci comunica Dio stesso, che è amore infinito: l’Amore, come abbiamo udito da Giovanni.
Gesù stesso spiega ai discepoli perché li chiama amici: proprio perché rivela loro tutti i segreti d Padre (Gv. 15, 15).
La parola di Dio opera in noi -nella sua inesauribile fecondità- come Amore, perché il Padre e Figlio ci danno lo Spirito Santo per portarci alla piena conoscenza della Verità (cfr Gv. 16, 13-15).
La meditazione cristiana fa parte dell’orazione mentale, deve essere colloquio d’amore, rapporto di amicizia, intimo, personale, tra Dio e l’anima.
Ebbene, tutta la Sacra Scrittura è un mirabile colloquio di amore da parte di Dio rivolto a ciascun di noi personalmente. Come ce lo ricorda Vaticano II nella costituzione Dei Verbum (n. 2), tutta la Divina Rivelazione -fatti e parole- è un mirabile colloquio d’amore: «Con questa rivelazione infatti Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé».
Se mediteremo la parola di Dio come Maria nell’intimità del nostro cuore, se custodiremo le parole di Gesù, come egli “osserva” le parole del Padre suo, “rimarremo nel suo amore” (cfr Gv. 15,10).
Affidiamoci all’azione dello Spirito Santo. Egli condurrà alle sorgenti dell’acqua viva. Vi gusteremo la dolcezza dell’amicizia divina: «Quanto sono dolci al mio palato le tue parole: più del miele per la mia bocca» (Sal 118,103).

3.- GESÙ
L’INTERLOCUTORE DIVINO

Perché la nostra meditazione sia un colloquio di amore, un rapporto di intima e profonda amicizia con Dio Trinità, è necessario che Gesù Cristo, il Verbo fatto carne, sia l’interlocutore divino: anzi un interlocutore che inizi, conduca e coroni il colloquio e il rapporto d’amore.
Oggi, anche nel nostro paese, si diffondono forme di meditazione di tipo piuttosto orientale. Troppo superficialmente tali forme vengono scambiate per meditazione “cristiana”. In realtà la differenza è grande. Infatti abitualmente in quelle forme di meditazione attraverso la concentrazione si cerca di scoprire il fondo di se stessi, cioè del proprio essere, della propria personalità; nella meditazione “cristiana” si cerca l’unione con Dio-Trinità che abita nel nostro intimo. Ebbene, tale unione, per conoscenza e amore, non la possiamo raggiungere che mediante Gesù Cristo; anzi, più esattamente, la possiamo raggiungere solo unendoci a Lui.
E una tale unione non siamo noi principalmente a realizzarla, ma è Gesù Verbo Incarnato, anche se lo fa chiedendo la nostra collaborazione.
Gesù stesso ci ha insegnato questa verità. Afferma nel Vangelo di Matteo: “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo” (Mt. 11,27).
Nel Vangelo di Giovanni lungamente Gesù parla dell’intimo rapporto tra lui e il Padre. Tra l’altro dice: “Io sono la via e la verità e la vita: nessuno viene al Padre se non per mio mezzo... Chi ha veduto me ha veduto il Padre” (Gv. 14,6.9). E sin dall’inizio del suo Vangelo Giovanni afferma perentoriamente: “Nessuno ha mai visto Dio, proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato” (Gv. 1,18). Il Padre ci si rivela nel Figlio, ci si dona nel Figlio, ci ha riconciliati a sé nel Figlio. Secondo la
bella e sublime dottrina di S. Paolo nella lettera agli Efesini, ci ha benedetti in Gesù di tutte le benedizioni spirituali; ci ha eletti ad essere santi e immacolati, ci ha fatti figli adottivi, ci ha redenti nel suo sangue, ci ha fatti eredi del suo regno glorioso, ci ha riempiti del suo spirito: in una parola, ci ha fatti testimonianza della sua grazia e della sua gloria.
Tutto quello che Dio ha fatto e rivelato lungo tutti i secoli della sua meravigliosa storia della salvezza trova in Gesù Cristo il suo centro e la sua pienezza. Pertanto, chi conosce profondamente il mistero di Gesù, conosce e contempla tutti i misteri di Dio.
Dobbiamo perciò concludere che la nostra meditazione deve essere soprattutto riflessione e conoscenza amorosa tutto ciò che riguarda la persona e l’opera di Gesù.
Ma, come è stato sottolineato, la nostra meditazione non deve essere un soliloquio, cioè un discorrere nostro su noi stessi. La meditazione cristiana è un colloquio tra noi e Gesù, un nostro rapporto di amore con Lui, una profonda amicizia intessuta tra noi e Lui.
In questo mutuo discorso d’amore Gesù è ovviamente il primo. Egli è l’interlocutore divino. Come potremmo, infatti, conoscere o ricevere e ricambiare il suo amore, e l’amore del Padre, se Egli non ce lo comunicasse, non ce ne rivelasse la bellezza, la profondità, il valore sommo?
Non siamo stati noi a salire in cielo per contemplare l’amore e la bellezza di Dio, ma è stato il Padre a mandare sulla terra il Figlio suo, a volerlo rivestito della nostra umanità, affinché gli uomini potessero sentire la sua voce, i palpiti del suo Cuore, guardarlo proprio negli occhi, sentire le carezze del Verbo della Vita.
Bisogna sempre pensare che per l’Incarnazione il Verbo del Padre si è fatto in tutto simile a noi, tranne il peccato.
Il cristiano che medita deve prima di tutto credere che Gesù desidera ardentemente, ama e si compiace di conversare con noi come il più dolce e caro amico.
Che cosa Egli ci dice? Di che ama parlarci? Quale rapporto vuole creare con noi?
Anche ora voglio rispondere di rivolgerti alla parola di Dio.
Leggi soprattutto il Vangelo. Leggi anche tutte le altre pagine del Nuovo Testamento perché esse, tutte quante, profumano di Gesù. Infatti tutti i sacri scrittori hanno sperimentato l’intima amicizia di Gesù e ci hanno parlato dell’abbondanza dell’amore che hanno sentito per Lui.
Quando leggi il Vangelo non pensare a un Gesù lontano, che parla alle folle sulle rive del lago di Tiberiade o sulle colline della Palestina. Pensa a Gesù che ti è vicino, al tuo fianco, che cammina con te, lavora con te, ama con te, soffre con te, che legge tutto quello che passa nel tuo cuore.
Le sue parabole le dice a te personalmente. I sublimi insegnamenti della montagna li indirizza a te, vuole scolpirli nel tuo cuore. Le divine confidenze dell’ultima cena sui segreti del Padre, sui suoi intimi rapporti con Lui, sull’azione misteriosa e dolcissima del suo Spirito sulle vicende del suo Regno, le pressanti raccomandazioni sull’umiltà, sull’amore, sulla speranza, sulla fiducia incondizionata: tutte queste mirabili rivelazioni sono fatte anche a te. Cosi Egli è il tuo Interlocutore
Vorrei confermare queste riflessioni con l’esempio di S. Teresa di G. Bambino modello e anche amabile maestra di vita spirituale. Lei stessa afferma nella sua autobiografia che a un certo punto del suo cammino spirituale attingeva dal Vangelo quanto le occorreva per nutrire la sua anima, e che vi scopriva sempre nuove luci, orizzonti sempre più vasti. Amò tanto il Vangelo, che lo portava sempre sul petto in segno di profondo amore. Un esempio eloquente di quanta ricchezza si possa attingere dalla profonda meditazione sul Vangelo ce lo offre nella sua poesia “Gesù, ricordati”, del 21 ottobre 1895. E’ la poesia più lunga: 33 strofe di 8 versi.
La poesia è un lungo, intimo e tenero colloquio con Gesù. Attraverso le pagine del Vangelo, Teresa “va ricordando” a Gesù tutte le dimostrazioni del suo amore per lei: una fittissima e intensa storia che è stata vissuta dai due.
Pagine intime, ardenti; effusioni di cuori. Un esempio straordinario di come la meditazione profonda e amorosa del Vangelo innalzi alle più alte vette della vita spirituale.
Analogamente Teresa, rileggendo punto per punto le pagine del Vangelo, ha cantato tutta la sua devozione, tutto il suo affetto, tutta la sua “dottrina” sulla Vergine, nell’ultima sua poesia scritta pochi mesi prima della morte: “Perché t’amo, Maria”. Testimonianza di una pietà semplice, solida ed elevata. Imitiamo Teresa nell’amare la meditazione della parola di Dio, e soprattutto del Vangelo, per lasciarci attirare, secondo la sua espressione, dai “profumi di Cristo”.

4.-LE DIFFICOLTÀ
DELLA MEDITAZIONE

L’esercizio della meditazione ha le sue difficoltà. Questo non deve sorprendere. Ogni attività che richiede impegno, applicazione della memoria, riflessione e controllo di se stessi incontra le sue difficoltà.
Tralasciando quelle difficoltà che dipendono da fattori estranei e occasionali, come la stanchezza, la malattia, il superlavoro, un’emergenza grave ecc., io voglio accennare a due classi di difficoltà che si potrebbero dire connaturali al nostro essere e alla nostra attività: voglio riferirmi alle distrazioni e all’aridità. Difficoltà che tutte le anime sperimentano, in misura molto differente, nel cammino della meditazione, e che spesso costituiscono un peso notevole e una fonte di scoraggiamento e a volte di vere angosce per le persone più impegnate.

Le distrazioni

Le distrazioni o divagazioni si riferiscono alla incostanza e irrequietezza della nostra immaginazione e della nostra mente, che ci impedisce e rende difficile il permanere della stessa immaginazione e del pensiero nella riflessione prolungata su di una verità, un fatto, un mistero, una persona presa come oggetto della nostra riflessione e della nostra attività affettiva: colloquio, contemplazione, rapporto di amore e di amicizia, ecc.

Sappiamo per esperienza quotidiana che le distrazioni sorgono a getto continuo, come da una vena che non si secca mai. Esse possono sorgere in qualsiasi momento e circostanza; e possono essere le più stravaganti che si possa immaginare. L’esperienza ci dice che anche quando siamo occupati in cose di grande importanza, che ci assorbono in misura piuttosto profonda, al di sotto del discorso impegnativo che stiamo sviluppando, possiamo avvertire un libero giuoco della nostra fantasia che se ne va per suo conto.

Se questa è la nostra condizione naturale e psicologica, non dobbiamo meravigliarci che anche il mondo della nostra preghiera ne risenta. Del resto sappiamo dalla lettura delle vite dei santi che non fu diversa la loro esperienza, e che solo per una grazia particolare essi raggiunsero tempi di dominio stabile e quieto della loro immaginazione.
Come dobbiamo comportarci, allora, con le nostre distrazioni nella meditazione?
È bene non tenerne molto conto, e ritornare con pazienza e con amore alle nostre riflessioni e alla nostra vita affettiva, rinnovando il nostro desiderio di conoscere, di amare, di nutrire il rapporto di amore e di filiale amicizia.
Nei casi di maggiore divagazione aiutarci discretamente con la lettura lenta e posata di qualche libro che aiuta a raccoglierci, specialmente della parola di Dio.
È opportuno che noi ci possiamo rendere conto dell’origine delle nostre distrazioni. Abitualmente la nostra fantasia viene attratta da ciò che più la colpisce e che maggiormente le piace. Se notiamo che fatti o persone o rapporti attirano il nostro affetto, dobbiamo esaminarci se il nostro cuore non sia troppo legato. Un buon esame di coscienza e l’esercizio frequente di controllare le tendenze nostre affettive ci possono essere di valido aiuto per conoscere l’origine delle nostre divagazioni, per potere, in conseguenza, coltivare il necessario distacco affettivo dai beni creati per sentirci attirati dal Sommo Bene.
In una parola, distaccare il cuore, purificarlo da quanto può dispiacere a Dio è il migliore lavoro che possiamo fare per diminuire le nostre distrazioni nella preghiera, ma soprattutto diminuirne la volontarietà: ciò che più importa, dato che la distrazione involontaria non diminuisce il merito della nostra preghiera.
Un buon consiglio potrebbe essere questo: poiché molte delle nostre distrazioni nascono dalle varie occupazioni della nostra giornata, cerchiamo di «coinvolgere» Dio in tali occupazioni, pensarle e compierle unendovi il pensiero di Dio: come lavorare, come amare, come affrontare il domani pensando con Lui. È un esercizio che può raccoglierci molto e favorire la meditazione.

L’aridità

L’aridità nella meditazione significa la difficoltà di intrecciare il nostro colloquio o rapporto affettivo con Dio. Come è stato detto all’inizio di queste riflessioni, la meditazione cristiana è soprattutto rapporto di amore e di amicizia con Dio: colloquio e rapporto che nasce e si nutre dal saperci amati da Lui.
La meditazione, pertanto, si alimenta della nostra espansione affettiva, costituendo come un continuo scambio di sentimenti, di affetti e di amore con Dio. L’aridità blocca questo rapporto, questa espansione. Essa ci fa rimanere freddi, senza parola, senza slancio amoroso: come se l’indifferenza, la freddezza, un mutismo avessero gelato il fiorire del dialogo tra l’anima e Dio. Si tratta di uno stato penoso, specialmente per la persona che si era donata a Dio e aveva sperimentato la sua paterna dolcezza e la tenerezza del suo cuore.
Come regolarsi? Come deve comportarsi l’anima in questa difficoltà?
È necessario che l’anima, attraverso un buon esame delle sue intenzioni ed opere, si renda conto se il suo cuore sia eccessivamente attaccato a persone e cose, ideali e progetti che la allontanino da Dio. Effettivamente “dov’è il tuo tesoro, la c’è anche il tuo cuore”(Mt. 6,21).
Ma se attraverso questo esame sereno e verace l’anima non avverte in sé questo attaccamento, l’aridità potrebbe derivare da uno stato psicologico passeggero, come suole avvenire anche nella nostra vita affettiva verso persone, ideali, iniziative ecc.: ce lo dice l’esperienza che tutti più o meno facciamo. Anche nei rapporti d’amore tra persone c’è la primavera e c’è l’inverno.
Ma relativamente alla preghiera, e particolarmente alla meditazione, l’aridità può essere una prova di fedeltà disposta da Dio. L’aridità, allora, deve ricordare all’anima che l’amore vero e ardente, l’esperienza della divina amicizia, la dolcezza dell’unione spirituale, tutto questo è dono di Dio, e obbedisce ad una legge e ad un disegno che solo Dio conosce e si riserva di attuare.
Da questo punto di vista l’anima deve esercitarsi nella pazienza. Saper rinunciare alla devozione sensibile, ai fervori entusiasmanti, alle consolazioni e tenerezze che rendono felici. Accettare il progetto di Dio anche in mezzo alla oscurità, camminando nella fede ed esercitandosi nella speranza: le due virtù che ci conducono a Dio guidandoci nella notte, secondo l’insegnamento di S. Giovanni della Croce.


L’AIUTO DI UN’ESPERTA
GUIDA SPIRITUALE

Chiudo questa breve serie di riflessioni, piuttosto di carattere generale, sulla meditazione richiamando l’attenzione sull’importanza di un saggio direttore spirituale.
La grande utilità di una guida nel cammino dell’orazione va riconosciuto sia per progredire, sia per superare più agevolmente le difficoltà che sono state segnalate precedentemente. Voglio indicare in maniera più concreta queste situazioni.

1. Stimolare a progredire
Non è raro, anzi direi che è troppo frequente, che nel cammino della meditazione e dell’orazione ci si accontenti di andare avanti alla meglio, senza impegnarsi in un vero progresso spirituale.
Bisogna ricordare che il progresso della preghiera esige un impegno, uno sforzo quotidiano, per rinnovare le motivazioni della preghiera, per creare in noi, o anche nell’ambiente, le condizioni di raccoglimento, di silenzio, di distacco del cuore.
Il compito della guida spirituale è di richiamarci le motivazioni e i valori della preghiera meditativa, e parimenti di aiutarci nel delicato esercizio del silenzio e del raccoglimento interiore.
Ogni sforzo costa; specialmente lo sforzo che esige frequenza e continuità, come lo esige, ad esempio, la vita religiosa, la quale è fortemente caratterizzata dall’esercizio della preghiera.

2. Aiutare a scoprire le ricchezze della meditazione
Vi sono delle persone che praticano, come per abitudine, le stesse forme di preghiera: formule, devozioni, preghiere vocali, ecc.
Noi sappiamo che il Signore mette a disposizione della preghiera, soprattutto dell’orazione e della contemplazione, beni grandi e preziosi, che ci riempiono della conoscenza, dell’amore e dell’unione con Dio.
Basta pensare ai tesori racchiusi nella parola di Dio e nella sacra liturgia.
Compito di un buon maestro spirituale è quello di aprire gradualmente la persona a scoprire questi tesori, indicando libri, argomenti, ecc. e farli gustare, farli diventare vita.

3. Aiutare a superare l’eccessiva dipendenza dal sensibile
Un compito particolarmente delicato e prezioso della guida spirituale è di aiutare l’anima dedicata alla meditazione a superare l’eccessiva dipendenza dal molteplice mondo della sensibilità, per scoprire, gustare e assimilare i beni veramente spirituali che ci uniscono a Dio.
Senza dubbio l’uomo è fatto anche di sensi e di sensibilità. Con i nostri vari sensi e con la nostra immaginazione noi ci portiamo alla preghiera, come alle altre nostre attività: il lavoro, lo studio, ecc.
È altresì vero che noi anche nella preghiera e nella meditazione troviamo un godimento mediante i sensi: gustiamo la musica, un’immagine, una celebrazione liturgica. A volte l’impatto con queste cose sensibili è così intenso, che noi ci commoviamo profondamente e sentiamo di dover manifestare anche esternamente le nostre emozioni. È quella che si chiama usualmente la “devozione sensibile”.
Ma Dio non è un essere che si possa conoscere e gustare con i sensi o con la nostra immaginazione. Lui è l’essere purissimo e infinito. Ci possiamo unire veramente a Lui solo con le operazioni della intelligenza e della volontà-che sono le nostre facoltà superiori per mezzo delle virtù teologali della fede, della speranza e della carità.
Questo è il motivo per cui S. Giovanni della Croce insiste sulle operazioni di queste tre virtù nel tracciare il cammino spirituale che conduce alla vetta del Monte Carmelo, cioè alla somma unione con Dio.
Così, dunque, il maestro spirituale deve guidare l’anima che si dedica alla meditazione ad una più alta forma di preghiera, cooperando con l’azione della grazia che Dio infonde per attrarre l’anima alla sua unione.

4. Illuminare sui pericoli dell’eccessivo attivismo.
Nella vita spirituale può capitare abbastanza frequentemente che le persone si sottraggano allo sforzo e all’impegno della meditazione con il motivo di doversi dedicare intensamente all’apostolato. Esse inoltre cercheranno di giustificarsi e di tranquillizzarsi affermando che l’attività è preghiera, oppure che il bene da fare è tanto e così urgente, che non rimane tanto tempo per l’orazione.
Nella vita spirituale questo è un grave errore. Quello che Dio cerca prima di tutto e soprattutto dall’anima è che tenda all’unione con Lui, in modo da vivere nella sua intimità e amicizia. Anche se l’anima facesse miracoli ed esplicasse ogni forma di attività di apostolato, ma non tendesse all’unione con Dio mediante la perfezione dell’amore, non sarebbe gradita a Lui.
Poiché ci sono coloro che si sentono portati a consacrarsi all’attività in misura esagerata, la guida spirituale dovrà gradualmente e con pazienza condurre un tale attivista a scoprire i valori primari della vita di grazia e di unione, la quale trova la più alta espressione nell’orazione più elevata, che è tutta amore e comunione con Dio.
Da questa sorgente deve scaturire l’attività santificante, e alla stessa sorgente deve condurre.

5. Confortare e rassicurare nel tempo della purificazione
Parlando delle difficoltà lungo il cammino dell’orazione, ho fatto menzione dei periodi di aridità che rendono penoso l’esercizio della meditazione. Si è detto che l’aridità può essere anche un particolare dono di Dio, che vuole provare l’amore dell’anima, o che la sta disponendo ad una preghiera di carattere superiore, più semplice, più fatta di amore e di contemplazione.
Abitualmente l’anima non riesce a vederci chiaro durante le sue purificazioni, portata quasi continuamente all’amara esperienza della sua miseria, della sua povertà, della sua difformità dalle perfezioni di Dio.
In queste situazioni è più che mai necessaria una guida spirituale illuminata che sappia discernere l’azione divina nell’anima, sappia rassicurare l’anima che ha l’impressione di andare perduta e di non essere gradita a Dio. Essa ha il compito di accompagnare l’anima in questo periodo, così complesso e ricco di promesse di un felice traguardo verso l’intima unione con Dio.
Questi sono alcuni dei motivi per affermare la grande utilità e i grandi vantaggi per l’anima, che vuole percorrere il cammino dell’orazione verso l’unione con Dio, di avere una guida saggia ed esperta, alla quale affidarsi con fiducia e docilità.

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